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Vienna è quella tappa che tenevo nel cassetto da molto tempo, sognando di tanto in tanto dei Valzer, dei suoi contorni dorati, della sua luce del nord in un caffè a gustare una fetta di Sacher o uno strüdel di mele e cannella.

Ci siamo date appuntamento all’aeroporto, io partita da Roma, Claudia da Londra. Il ritardo del suo aereo mi ha costretta a dirigermi verso il nostro airbnb prima di lei ed aspettarla lì, giusto in tempo per gustarmi l’ultima luce che si scioglieva tra i palazzi, attraversando le strade con semafori bellissimi.

Avevamo una lista infinita di posti, musei, caffè da visitare, la scelta era ardua ogni volta che provavamo a fare un programma, ma di certo non ci siamo lasciate sfuggire il Leopold, il Mumok, l’Albertina. Che poi stai lì pensando di avere il tempo di vedere tutto, e invece quando ti incanti a guardare ogni cosa, il tempo ti sfugge e ti rendi conto che devi accelerare.

Una mattina ho lasciato Claudia dormire, e sono uscita a gustarmi la città nelle prime ore di luce, in una domenica deserta e silenziosa. Sono arrivata fino al Danubio e ritrovata in un viale infinito di alberi in pieno autunno. Ho camminato in un Prater deserto, con i macchinisti che collaudavano le macchine del Luna park prima della sua apertura. Mi sono persa nel centro storico della città, dove i suoi sanpietrini brillavano nei viaeletti. E poi la luce filtrante dalle vetrate della cattedrale di St.Stephens, le facciate dei bellissimi palazzi intorno, i monumenti, i caffè già in fermento.

Nel giorno del nostro ritorno a casa, ci siamo divise presto, lei diretta a esplorare i negozietti vintage in zona casa, io a volermi gustare ancora di quella architettura prima del mio volo (che ho rischiato di perdere, ehm.).

Il padiglione di Karlsplatz progettato da Otto Wagner è stato l’ultimo scatto prima della mia fuga verso l’aeroporto. E mentre correvo, sognavo già del mio ritorno.

 

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